14 Giu 26 Storytelling e realtà locali: ecco 4 trend che dovresti conoscere (e usare)
Quando parlo di storytelling territoriale durante corsi o incontri con operatori locali, mi capita spesso di sentire questa frase: “Ma noi cosa possiamo raccontare? Non abbiamo grandi attrazioni”.
Ecco, ogni volta penso la stessa cosa: quasi mai il problema è la mancanza di cose da raccontare. Il problema, semmai, è come le raccontiamo.
Per anni i territori hanno comunicato in modo descrittivo: monumenti, elenchi di eventi, luoghi da vedere, calendari. Tutto utile, certo. Ma oggi non basta più. Come abbiamo detto più volte nel corso di questi appuntamenti mensili, le persone non scelgono una destinazione solo per ciò che offre. La scelgono per come le fa sentire, per le storie che riesce a trasmettere, per il modo in cui riesce a far immaginare un’esperienza ancora prima di viverla. E allora la domanda cambia: non più “cosa raccontiamo?”, ma “come possiamo raccontare il territorio in modo autentico, umano e memorabile?”
Ci sono almeno quattro trend che, secondo me, chi lavora nella promozione territoriale dovrebbe conoscere.
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1. Dallo storytelling istituzionale allo storytelling umano
Per molto tempo abbiamo raccontato i territori in modo molto “istituzionale”: panorami perfetti, testi curati, slogan studiati. Ma oggi le persone si fidano sempre meno delle comunicazioni troppo patinate e sempre di più delle storie vere.
Funzionano le persone. I volti. Le voci. Le piccole autenticità.
Un artigiano che apre la sua bottega al mattino. Una guida ambientale che racconta perché ama quel sentiero. Una volontaria della Pro Loco che spiega cosa significa preparare una festa tradizionale.
Perché? Perché rendono il territorio umano.
Un esempio interessante arriva da molte piccole destinazioni che stanno sperimentando mini-format social dedicati ai “volti del territorio”: interviste semplici, spesso girate con uno smartphone, dove commercianti, produttori locali o residenti raccontano il loro legame con il posto.
Non serve una produzione perfetta. Serve autenticità.
2. Le micro-storie battono le grandi campagne
Lo so: quando si parla di promozione di un luogo si pensa subito a grandi video emozionali, shooting fotografici, campagne costose. E nove volte su dieci le piccole realtà pensano di aver già perso in partenza. Ma la verità è che oggi, soprattutto sui social, spesso funzionano di più le piccole storie quotidiane.
Anzi: potrei dirlo meglio. Le persone vogliono vedere vita vera. Pensiamo a quanto funzionano format come:“Una giornata a…”, “Lo sapevi che…”, “Tre cose da fare se passi da qui”, “Dietro le quinte di…”
Sono rubriche leggere, facilmente replicabili e perfette per Reels o TikTok.
Un esempio concreto? Sempre più borghi italiani stanno raccontando tradizioni locali attraverso brevi video verticali: dalla preparazione dei pani pasquali alle infiorate, dai mercati storici alle storie delle botteghe. Piccoli contenuti, spesso prodotti con poco budget ma continui nel tempo. Ed è proprio questa continuità a fare la differenza.
Perché oggi il racconto di un territorio non si costruisce in una sola campagna. Si costruisce nel tempo.
3. Le persone cercano esperienze, non informazioni
Questo, secondo me, è uno dei cambiamenti più importanti.
Molti enti continuano ancora a comunicare in modo informativo: “Museo aperto sabato”, “Visita guidata disponibile”, “Castello visitabile”.
Informazioni corrette, certo. Ma spesso fredde. Oggi lo storytelling deve aiutare le persone a immaginarsi dentro un’esperienza. Non basta dire che c’è un castello. Bisogna raccontare cosa significa esserci.
Provate a confrontare questi due messaggi:
Da:
“Museo aperto sabato dalle 15 alle 18”.
A:
“Un pomeriggio tra storie, vicoli e memoria locale: questo sabato il museo apre le sue porte per un viaggio nel passato del territorio”.
Cambia tutto, vero? Perché nel secondo caso non sto solo dando un’informazione: sto costruendo un’immagine mentale.
E le persone oggi scelgono molto spesso sulla base di quello che riescono già a immaginare.
Un piccolo esercizio utile per chi lavora nel turismo potrebbe essere questo: provare a sostituire parole descrittive con sensazioni, scene, emozioni. Meno cosa c’è e più cosa si vive.
4. Lo storytelling partecipato sarà sempre più centrale
C’è poi un altro aspetto che trovo fondamentale: spesso i territori o i luoghi vengono già raccontati ogni giorno. Solo che non siamo noi a farlo. Lo fanno cittadini, visitatori, associazioni, creator locali. La vera sfida, allora, non è controllare il racconto. È imparare a coinvolgere chi quel racconto lo sta già costruendo.
Parliamo di user generated content: foto, video, recensioni, racconti spontanei. Ma anche di storytelling di comunità.
Una cosa molto semplice che consiglio spesso è questa: chiedere ai cittadini di raccontare “il loro luogo del cuore”. Un semplice spunto che può diventare una moltitudine di cose: una rubrica social, una mappa partecipata, una campagna fotografica.
E ha un vantaggio enorme: rende la comunità protagonista.
Perché quando le persone si sentono coinvolte, iniziano spontaneamente a raccontare meglio il territorio (e spesso lo fanno in modo molto più credibile di qualsiasi campagna istituzionale). Più lavoro con territori e operatori turistici, più mi rendo conto di una cosa: spesso non manca qualcosa da raccontare. Mancano il tempo e il coraggio di cambiare il modo in cui lo raccontiamo.
Spero che questi quattro trend possano offrirvi qualche spunto concreto per raccontare le vostre realtà in modo un po’ diverso. Spesso basta iniziare da una storia raccontata in modo diverso, da un volto da valorizzare o da un piccolo dettaglio quotidiano che, agli occhi di chi arriva da fuori, può diventare qualcosa di speciale!
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SE DESIDERI APPROFONDIRE L’ARGOMENTO, segnaliamo il volume “Le parole giuste per promuovere un territorio”:
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Articolo a cura di Giorgia Deiuri